MILITARI, TRASPORTI E CAROVITA: CHI SI OCCUPA DAVVERO DI CHI INDOSSA L’UNIFORME?

Linee presidiarie, carburante, pendolarismo, stress psicofisico e trasporti pubblici incompatibili con gli orari di servizio. Mentre i sindacati cercano soluzioni, resta aperta una questione: quali risposte concrete offre lo Stato Maggiore dell’Esercito?
Ogni mattina migliaia di militari si alzano prima dell’alba, lasciano le proprie famiglie e affrontano decine di chilometri per raggiungere la caserma.
Non chiedono privilegi. Chiedono di poter raggiungere il proprio posto di lavoro senza trasformare ogni giornata di servizio in un problema economico, organizzativo e familiare.
Il costo della vita, le spese per il carburante, la manutenzione delle automobili e le difficoltà del trasporto pubblico pesano sui bilanci familiari.
A queste difficoltà si aggiunge una questione che merita particolare attenzione: la disponibilità di collegamenti collettivi che consentano ai militari di raggiungere le sedi di servizio senza affrontare quotidianamente sacrifici economici e personali sempre più pesanti.
Negli anni, secondo quanto segnalato dal personale interessato, diversi collegamenti presidiari avrebbero subito soppressioni o ridimensionamenti.
Una situazione che oggi richiede una riflessione da parte dei vertici dell’Esercito, soprattutto considerando le difficoltà economiche e organizzative che interessano numerose famiglie.
Ma il problema non riguarda soltanto il denaro.
Riguarda il tempo, il riposo, la salute, il rendimento professionale e la serenità delle famiglie dei militari.
IL PARADOSSO DEI TRASPORTI: LE CONVENZIONI ESISTONO, MA GLI ORARI NON SEMPRE COINCIDONO
Le organizzazioni sindacali militari hanno lavorato per ottenere convenzioni e agevolazioni sui trasporti pubblici.
Sono iniziative importanti, che cercano di alleggerire le spese sostenute dal personale.
Ma esiste un problema concreto.
A cosa serve una convenzione ferroviaria o automobilistica se il primo mezzo disponibile non consente al militare di arrivare in caserma all’orario previsto?
Un militare che deve iniziare il servizio alle 7:30 o alle 8:00 potrebbe non avere a disposizione un collegamento pubblico compatibile.
In alcuni casi, per rispettare l’orario di ingresso, deve svegliarsi alle quattro o alle cinque del mattino.
Lo stesso problema si presenta al termine della giornata lavorativa.
Immaginiamo un militare che termina il servizio alle 16:30.
La sua abitazione dista poche decine di chilometri dalla caserma. Una distanza che, utilizzando un’automobile e in condizioni favorevoli di traffico, potrebbe percorrere in poco più di mezz’ora.
Eppure, il primo autobus o treno utile potrebbe partire soltanto alle 18:30 o alle 19:00.
Due ore di attesa per affrontare un viaggio che, con un mezzo privato, potrebbe richiedere poco più di trenta minuti.
Il risultato è paradossale.
Il militare rispetta gli orari imposti dall’Amministrazione, ma il sistema dei trasporti non sempre gli consente di organizzare la propria giornata in maniera sostenibile.
Molti pendolari devono quindi ricorrere al proprio mezzo privato, sostenendo direttamente le spese di viaggio.
Le convenzioni rappresentano un aiuto, ma non possono sostituire un sistema di trasporto organizzato sulla base delle effettive esigenze operative.
Il problema non è soltanto arrivare puntuali in caserma. È anche poter tornare a casa in un orario ragionevole.
LINEE PRESIDIARIE: LO STATO MAGGIORE INTENDE RIPRISTINARLE O AMPLIARE I COLLEGAMENTI ESISTENTI?
La questione delle linee presidiarie merita oggi un’attenzione particolare.
In passato questi collegamenti hanno rappresentato, per il personale che poteva usufruirne, uno strumento importante per raggiungere le sedi di servizio, contenendo le spese e riducendo il ricorso alle autovetture private.
Alla luce delle difficoltà attuali, sarebbe opportuno conoscere quali iniziative lo Stato Maggiore dell’Esercito intenda adottare per migliorare la mobilità del personale.
Esiste la volontà di valutare il ripristino delle linee presidiarie soppresse negli anni precedenti?
Si intende prendere in considerazione un ampliamento dei percorsi e delle distanze attualmente consentite dalle disposizioni applicabili, laddove le esigenze del personale lo giustifichino?
Sono interrogativi che meritano risposte concrete.
Il problema non può ridursi esclusivamente a una questione di distanze, costi o disponibilità dei mezzi.
Occorre valutare il numero di militari interessati, le condizioni dei collegamenti pubblici, gli orari di servizio e le conseguenze economiche e familiari del pendolarismo.
Il vero nodo non è quanti chilometri possa percorrere un mezzo, ma quanta attenzione l’Amministrazione intenda dedicare alle persone.
Un collegamento presidiario non rappresenta soltanto un servizio di trasporto.
Può significare meno autovetture sulle strade, minori spese per il personale, una riduzione dell’affaticamento e maggior tempo da dedicare alla famiglia.
Naturalmente, ogni soluzione richiede una valutazione delle risorse disponibili, della sostenibilità economica e delle esigenze operative.
Ma queste valutazioni dovrebbero considerare anche le condizioni concrete di chi affronta quotidianamente il viaggio.
Finché queste esigenze non troveranno risposte adeguate, saranno ancora i militari a sostenere il prezzo del pendolarismo, in tempo, denaro e sacrifici personali.
I SINDACATI NON POSSONO SOSTITUIRSI ALL’AMMINISTRAZIONE
Con il riconoscimento delle associazioni professionali a carattere sindacale tra militari, il personale ha ottenuto nuovi strumenti di rappresentanza.
Le organizzazioni sindacali intervengono, presentano proposte, cercano convenzioni e raccolgono quotidianamente le difficoltà dei propri iscritti.
Ma bisogna distinguere le responsabilità.
Il sindacato rappresenta e tutela il personale.
L’Amministrazione della Difesa organizza i servizi e assume le decisioni che rientrano nelle proprie competenze.
Non si può pensare che la soluzione strutturale ai problemi del pendolarismo militare dipenda esclusivamente dall’iniziativa delle associazioni sindacali.
Le convenzioni costituiscono un sostegno aggiuntivo. La programmazione dei collegamenti, invece, richiede decisioni organizzative e risorse.
Le organizzazioni sindacali possono impegnarsi nella ricerca di accordi con le aziende di trasporto, ma non possono garantire che gli orari dei mezzi pubblici coincidano con quelli dei reparti.
Non possono nemmeno sostituirsi alle autorità competenti nelle decisioni relative all’organizzazione dei trasporti militari.
Non è ragionevole che siano sempre le associazioni sindacali a dover cercare soluzioni a difficoltà che richiedono anche un intervento strutturale dell’Amministrazione.
Il personale ha bisogno di risposte che vadano oltre le convenzioni e gli sconti sugli abbonamenti.
Ha bisogno di una programmazione che tenga conto delle sue reali condizioni di vita.
IL COSTO NASCOSTO DEL SERVIZIO MILITARE
Consideriamo un militare che percorre 45 chilometri per raggiungere la caserma e altrettanti per tornare a casa.
Sono 90 chilometri al giorno.
Su 22 giornate lavorative, il totale raggiunge 1.980 chilometri al mese.
Con un consumo medio di 6 litri ogni 100 chilometri, il militare utilizza circa 119 litri di carburante al mese.
Una quantità che, soprattutto nei periodi caratterizzati da prezzi elevati alla pompa, può incidere sensibilmente sul bilancio familiare.
A questa spesa bisogna aggiungere pneumatici, manutenzione, assicurazione, usura del veicolo ed eventuali pedaggi.
Non sono costi trascurabili.
E non tutti i militari possono scegliere di trasferire la propria famiglia vicino alla sede di servizio.
Il pendolarismo rappresenta spesso una necessità, non una preferenza.
Ma esiste un altro costo che nessuno inserisce nei bilanci.
È il costo del tempo sottratto alla vita personale, al riposo e agli affetti.
LO STRESS CORRELATO AI VIAGGI: QUANDO IL PENDOLARISMO INCIDE SULL’EFFICIENZA DEL MILITARE
Esiste un aspetto che merita particolare attenzione e che troppo spesso rimane fuori dalle valutazioni organizzative: lo stress psicofisico legato agli spostamenti quotidiani per raggiungere la sede di servizio.
Non parliamo soltanto della stanchezza provocata da un lungo viaggio.
Parliamo di un insieme di condizioni che, quando si ripetono quotidianamente, possono incidere sul benessere del militare.
Un lavoratore che deve presentarsi in caserma alle otto potrebbe essere costretto ad alzarsi alle quattro o alle cinque del mattino.
Deve prepararsi, raggiungere una fermata, attendere il mezzo pubblico, affrontare eventuali coincidenze e sperare che non si verifichino ritardi.
Tutto questo prima ancora di iniziare la propria giornata lavorativa.
Terminato il servizio alle 16:30, potrebbe dover attendere fino alle 18:30 o alle 19:00 per trovare un collegamento utile.
Il rientro a casa potrebbe avvenire alle 20:00 o anche più tardi.
Un’intera giornata trascorsa fuori casa, nonostante una distanza relativamente contenuta dalla sede di servizio.
E il giorno successivo tutto ricomincia.
Questa condizione può favorire l’accumulo di stanchezza, la riduzione delle ore di sonno, l’irritabilità e le difficoltà di concentrazione.
Il militare arriva in servizio dopo aver già affrontato ore di spostamenti, attese e preoccupazioni.
Eppure, una volta varcato il cancello della caserma, deve garantire la stessa efficienza, la stessa attenzione e la stessa disponibilità richieste a tutti gli altri.
Ma quanto può incidere sulla capacità lavorativa di un militare una condizione di affaticamento che si ripete per mesi o per anni?
In un’organizzazione come l’Esercito, nella quale attenzione, lucidità, prontezza e responsabilità rappresentano elementi fondamentali, la fatica accumulata merita una valutazione seria.
La stanchezza può influire sulla concentrazione e sui tempi di reazione, soprattutto durante attività che richiedono particolare attenzione.
Anche il viaggio di ritorno può diventare un problema.
Un militare che termina una giornata impegnativa e deve affrontare un lungo tragitto in automobile potrebbe trovarsi alla guida in condizioni di affaticamento.
La questione riguarda quindi anche la sicurezza degli spostamenti.
Un’Amministrazione che pretende efficienza operativa dovrebbe considerare anche le condizioni psicofisiche nelle quali il proprio personale arriva al lavoro e affronta il viaggio di ritorno.
Non si tratta di attribuire automaticamente al pendolarismo una condizione di stress lavoro-correlato in senso tecnico.
Si tratta di riconoscere che gli orari di servizio, le difficoltà dei collegamenti e il riposo insufficiente possono concorrere a creare situazioni di disagio che meritano attenzione.
QUANDO LA STANCHEZZA ENTRA IN CASA: LE CONSEGUENZE SULLA FAMIGLIA
Il problema del pendolarismo non termina quando il militare conclude il servizio.
Continua durante il viaggio di ritorno e, spesso, anche dopo il rientro nella propria abitazione.
Dietro ogni uniforme esiste una persona.
Esistono coniugi, figli, genitori anziani e responsabilità familiari.
Un militare che esce di casa alle cinque del mattino e rientra alle venti potrebbe avere trascorso quindici ore lontano dai propri affetti.
Quando finalmente torna a casa, la stanchezza accumulata può lasciare poco spazio alla vita familiare.
Ci sono figli che aspettano un genitore per trascorrere qualche ora insieme.
Ci sono coniugi che devono affrontare da soli gran parte degli impegni quotidiani.
Ci sono responsabilità domestiche che non scompaiono soltanto perché il militare ha affrontato una giornata particolarmente impegnativa.
E ci sono situazioni nelle quali la stanchezza, il nervosismo e la mancanza di riposo possono alimentare incomprensioni e tensioni familiari.
Il militare non deve essere considerato soltanto per ciò che garantisce durante le ore di servizio, ma anche come persona che ha diritto a una vita privata e familiare dignitosa.
Non è ragionevole ignorare il fatto che, per percorrere poche decine di chilometri, una persona possa perdere ogni giorno diverse ore della propria vita.
Ore che nessuno restituisce.
Ore che potrebbe dedicare ai figli, alla famiglia, al riposo o alle proprie necessità personali.
Il sacrificio richiesto dalla professione militare non dovrebbe trasformarsi nell’accettazione passiva di qualsiasi disagio organizzativo.
BENESSERE DEL PERSONALE: DALLE DICHIARAZIONI ALLE DECISIONI
Il benessere del personale non riguarda soltanto gli alloggi, le strutture ricreative o le iniziative assistenziali.
Riguarda anche la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro in condizioni sostenibili.
Un militare che trascorre ore alla guida o in attesa dei mezzi pubblici prima e dopo il servizio affronta un impegno aggiuntivo che incide sul riposo, sulla vita familiare e sulle spese personali.
Questi aspetti meritano attenzione anche nell’interesse dell’efficienza operativa.
Una pianificazione dei trasporti che tenga conto degli orari e delle distanze potrebbe contribuire a ridurre tali difficoltà.
La questione non è contrapporre le esigenze operative dell’Esercito a quelle del personale.
La questione è trovare un equilibrio concreto, documentato e verificabile tra le due esigenze.
Il benessere del personale non può essere soltanto un argomento da richiamare nelle occasioni ufficiali.
Deve rappresentare un criterio concreto nelle decisioni organizzative.
LE DOMANDE CHE LO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO DOVREBBE CHIARIRE
Alla luce di queste difficoltà, sarebbe opportuno che lo Stato Maggiore dell’Esercito fornisse risposte precise su alcuni aspetti fondamentali:
- Quali iniziative intende adottare per migliorare la mobilità del personale militare?
- È prevista una valutazione del ripristino delle linee presidiarie soppresse o ridimensionate negli anni?
- Esiste la possibilità di ampliare i percorsi o rivedere i limiti chilometrici attualmente applicabili alle linee presidiarie, tenendo conto delle esigenze territoriali?
- Quali valutazioni economiche vengono effettuate prima di negare o sopprimere un collegamento?
- Quali iniziative sono previste per i militari che non possono utilizzare i mezzi pubblici a causa degli orari di servizio?
- L’Amministrazione considera le ore di attesa, la stanchezza accumulata e le conseguenze sulla vita familiare quando valuta le esigenze di trasporto?
- È previsto un confronto con le organizzazioni sindacali per individuare soluzioni territoriali?
Sono domande concrete, alle quali sarebbe utile rispondere con dati, direttive e provvedimenti.
Il problema non riguarda soltanto il trasporto di un militare da una località all’altra. Riguarda anche il rispetto delle sue condizioni di vita.
IL RISPARMIO DELL’AMMINISTRAZIONE NON DEVE DIVENTARE UN COSTO INSOSTENIBILE PER IL PERSONALE
L’impiego di mezzi militari per il trasporto collettivo comporta costi organizzativi, economici e logistici.
Nessuno può ignorarlo.
Ma anche la soppressione di un servizio produce conseguenze economiche.
La differenza è che, quando un collegamento viene eliminato, il costo del trasporto può ricadere interamente sul singolo militare.
Occorre quindi verificare se le decisioni adottate producano un effettivo risparmio complessivo o se trasferiscano semplicemente una parte degli oneri dall’Amministrazione alle famiglie.
Ma non basta valutare soltanto il costo economico.
Bisogna considerare anche le ore di attesa, l’affaticamento, la riduzione del riposo e le difficoltà che il personale affronta quotidianamente.
Un risparmio per l’Amministrazione non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un sacrificio aggiuntivo per chi indossa l’uniforme.
Il benessere del personale non può rimanere soltanto un principio richiamato nei documenti ufficiali.
Deve trovare riscontro nelle scelte organizzative.
SERVONO RISPOSTE, NON SOLTANTO CONVENZIONI
Le organizzazioni sindacali militari continuano a rappresentare le esigenze dei lavoratori e a ricercare strumenti per ridurre le difficoltà quotidiane.
La legge 28 aprile 2022, n. 46, e le successive modifiche hanno riconosciuto e disciplinato il ruolo delle associazioni professionali a carattere sindacale tra militari.
Tuttavia, il problema dei trasporti richiede anche interventi da parte dell’Amministrazione.
Occorre valutare il ripristino dei collegamenti dove esiste una domanda sufficiente, verificare la compatibilità degli orari dei mezzi pubblici con quelli di servizio e considerare eventuali ampliamenti dei percorsi presidiari.
Soprattutto, occorre ascoltare chi affronta quotidianamente queste difficoltà.
Le organizzazioni sindacali possono proporre soluzioni, ma le decisioni organizzative richiedono un impegno diretto dei vertici competenti.
Non si può continuare a considerare il pendolarismo militare esclusivamente come una questione privata del singolo dipendente.
Quando le difficoltà interessano numerosi lavoratori, incidono sul riposo e complicano la conciliazione tra servizio e famiglia, meritano una valutazione organizzativa.
LA DOMANDA FINALE AI VERTICI DELL’ESERCITO
Un militare deve garantire puntualità, disponibilità, disciplina e rispetto degli obblighi di servizio.
Sono doveri che appartengono alla professione militare.
Ma anche l’Amministrazione deve considerare le condizioni concrete nelle quali il proprio personale opera.
Il pendolarismo non è un problema marginale quando coinvolge lavoratori che devono percorrere decine di chilometri ogni giorno.
Lo Stato Maggiore dell’Esercito intende affrontare il problema con una programmazione organica dei trasporti, valutando il ripristino delle linee presidiarie e l’ampliamento dei collegamenti esistenti, oppure continuerà ad affidare alle iniziative sindacali e alle soluzioni individuali la gestione delle difficoltà dei pendolari?
La risposta dovrebbe arrivare attraverso atti concreti, criteri trasparenti e un confronto con i rappresentanti del personale.
Perché chi serve lo Stato ha certamente dei doveri.
Ma ha anche una famiglia, una vita privata, esigenze quotidiane e il diritto di vedere considerate le proprie condizioni di lavoro e di riposo.
Il benessere del personale non si dimostra soltanto con le parole. Si dimostra attraverso le decisioni.
E quando un militare deve scegliere tra sostenere costi elevati per utilizzare la propria automobile oppure trascorrere ore in attesa di un mezzo pubblico, significa che esiste un problema che merita una risposta.
I sindacati stanno facendo la loro parte. Adesso è il momento che anche i vertici militari dimostrino, con atti concreti, di voler fare la propria.
Perché chi indossa l’uniforme non smette di essere una persona quando termina il servizio.
E chi serve lo Stato merita attenzione non soltanto quando indossa l’uniforme, ma anche quando torna a casa dalla propria famiglia.



