RICORDANDO IL CASO FOTI : DUE MESI DI SOSPENSIONE E PERDE LA CARICA SINDACALE. IN POLITICA, INVECE, SI RESTA AL PROPRIO POSTO ANCHE SOTTO PROCESSO

Girolamo Foti torna a indossare l’uniforme, ma non può tornare alla guida di ITAMIL Esercito. Intanto, esponenti politici coinvolti in importanti procedimenti giudiziari continuano a esercitare incarichi istituzionali. Dalla Santanchè a Galvagno e Amata, il confronto apre un interrogativo sulla proporzionalità delle regole e sulla libertà sindacale dei militari.
ROMA – Due mesi di sospensione dal servizio. Due mesi senza stipendio. Poi il rientro in uniforme, ma con una conseguenza che va ben oltre la durata della sanzione: l’impossibilità di tornare a ricoprire la carica di Segretario Generale del sindacato ITAMIL Esercito.
È quanto accaduto a Girolamo Foti, protagonista di una vicenda che solleva questioni importanti sul rapporto tra disciplina militare, libertà di espressione e diritto alla rappresentanza sindacale.
Mentre Foti continua a subire le conseguenze di una sanzione disciplinare legata alle sue dichiarazioni pubbliche, la politica italiana offre uno scenario profondamente diverso.
Daniela Santanchè, Gaetano Galvagno ed Elvira Amata sono stati coinvolti in procedimenti giudiziari riguardanti ipotesi di reato di notevole gravità. Eppure, secondo le situazioni pubblicamente riportate, hanno potuto conservare i rispettivi mandati parlamentari o incarichi istituzionali, pur con le differenze che caratterizzano ogni singola vicenda.
Da una parte, un sindacalista militare che perde la possibilità di rappresentare i colleghi. Dall’altra, esponenti politici che continuano a esercitare funzioni pubbliche durante procedimenti penali.
Attenzione: le due situazioni non sono giuridicamente equivalenti. Foti ha ricevuto una sanzione disciplinare confermata in sede amministrativa, mentre le contestazioni penali rivolte agli esponenti politici citati non equivalgono a condanne definitive.
Ma proprio questa distinzione porta alla questione centrale: è proporzionato che una sospensione disciplinare temporanea possa produrre conseguenze così durature sulla rappresentanza sindacale di un militare?
FOTI: QUANDO LA CRITICA SINDACALE DIVENTA UN CASO DISCIPLINARE
Girolamo Foti non è un militare qualunque nel panorama della rappresentanza sindacale.
Già Segretario Generale nazionale di ITAMIL Esercito, ha partecipato al dibattito sul rinnovo del contratto del comparto Difesa e Sicurezza, esprimendo pubblicamente critiche nei confronti delle scelte politiche ed economiche del Governo.
Al centro delle sue contestazioni figuravano le risorse destinate agli aumenti stipendiali, la perdita del potere d’acquisto dei militari e le condizioni economiche del personale.
Le sue dichiarazioni hanno coinvolto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto e il suo consigliere Domenico Rossi.
L’Amministrazione militare ha ritenuto alcune espressioni incompatibili con i doveri disciplinari connessi allo status militare.
Da qui il procedimento disciplinare e la successiva sospensione dal servizio per due mesi.
Foti ha contestato il provvedimento davanti alla giustizia amministrativa.
Il TAR Sicilia, dopo una prima decisione cautelare favorevole, aveva annullato la sanzione nel giugno 2025.
Successivamente, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha ribaltato quella decisione, confermando la legittimità della sanzione.
Ma il vero problema, per Foti, non si esaurisce nei due mesi di sospensione.
La normativa che disciplina le associazioni professionali a carattere sindacale tra militari prevede specifici requisiti per l’accesso alle cariche direttive. Una sanzione disciplinare di Stato può determinare la perdita di tali requisiti.
Il risultato è una situazione difficile da ignorare: lo Stato considera Foti nuovamente idoneo a svolgere il servizio militare, ma la normativa continua a ostacolare il suo ritorno alla guida del sindacato.
Non è soltanto una questione personale.
È una questione che riguarda il diritto degli iscritti a scegliere i propri rappresentanti.
DANIELA SANTANCHÈ: I PROCEDIMENTI GIUDIZIARI E LA PERMANENZA IN PARLAMENTO
Il confronto con Daniela Santanchè, esponente di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo, mette in evidenza la diversa disciplina delle cariche politiche.
Santanchè è stata coinvolta in vicende giudiziarie relative alle attività di alcune società, tra cui Visibilia.
Tra le contestazioni figurano ipotesi di falso in bilancio e presunta truffa aggravata ai danni dell’INPS, nell’ambito di procedimenti distinti.
Si tratta di accuse che devono essere accertate nelle competenti sedi giudiziarie, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.
Santanchè ha lasciato l’incarico ministeriale, ma ha mantenuto il proprio mandato parlamentare.
E qui emerge la differenza con la vicenda Foti.
Un dirigente sindacale militare può perdere i requisiti per rappresentare i propri iscritti a seguito di una sanzione disciplinare. Un parlamentare, invece, non perde automaticamente il mandato perché coinvolto in un procedimento penale.
Sono regole diverse, costruite per tutelare esigenze istituzionali differenti.
Ma il confronto impone una riflessione sulla proporzionalità delle conseguenze.
GAETANO GALVAGNO: LE ACCUSE E LA PRESIDENZA DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
Il secondo caso riguarda Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana ed esponente di Fratelli d’Italia.
Galvagno è coinvolto in un procedimento penale che comprende contestazioni di corruzione, peculato, falso e truffa.
Le accuse riguardano presunte irregolarità nella gestione di risorse pubbliche e altre vicende connesse all’esercizio di funzioni istituzionali.
Anche in questo caso, le contestazioni non costituiscono una prova di colpevolezza.
Galvagno conserva il diritto di difendersi e beneficia della presunzione di innocenza.
Nel frattempo, mantiene la presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Il confronto con Foti non riguarda la colpevolezza dell’uno o dell’altro.
Riguarda le conseguenze che i rispettivi ordinamenti fanno derivare dalle vicende disciplinari e giudiziarie.
Per un dirigente sindacale militare, una sanzione di Stato può compromettere la permanenza nella carica. Per un presidente di un’assemblea legislativa, l’avvio di un processo non comporta necessariamente la cessazione dell’incarico.
È una differenza che merita attenzione.
ELVIRA AMATA: IL PROCESSO PER CORRUZIONE E L’INCARICO NEL GOVERNO REGIONALE
Un ulteriore esempio arriva dalla Sicilia.
Elvira Amata, esponente di Fratelli d’Italia e assessora regionale al Turismo, è coinvolta in un procedimento penale per un’ipotesi di corruzione.
Secondo l’accusa, la vicenda riguarda presunti favori connessi all’assegnazione di finanziamenti pubblici.
Amata respinge le contestazioni e mantiene il diritto alla presunzione di innocenza.
Il procedimento giudiziario non ha determinato automaticamente la cessazione del suo incarico nel Governo regionale.
Anche qui torna il tema della rappresentanza e della permanenza nelle funzioni pubbliche.
Nessuno dovrebbe perdere automaticamente un incarico soltanto perché qualcuno lo accusa di un reato.
Ma il legislatore dovrebbe interrogarsi anche sulle conseguenze che una sanzione disciplinare, già scontata, produce sull’esercizio dei diritti sindacali di un militare.
Le garanzie della politica non devono essere ridotte. Occorre verificare se quelle riconosciute ai rappresentanti sindacali militari siano sufficienti.
IL PARADOSSO: IDONEO A SERVIRE LO STATO, MA NON A RAPPRESENTARE I COLLEGHI
È questo l’aspetto più controverso dell’intera vicenda.
Foti ha terminato il periodo di sospensione ed è tornato in servizio.
Può nuovamente svolgere le proprie funzioni militari, assumersi responsabilità professionali e rispettare gli obblighi derivanti dal proprio grado.
Ma la sanzione disciplinare continua a produrre conseguenze sulla sua possibilità di ricoprire incarichi direttivi sindacali.
Secondo ITAMIL, la normativa comporta un’interdizione permanente dalla rappresentanza. È proprio questo effetto che il sindacato contesta nel ricorso pendente davanti al TAR Sicilia. SINDACATO ITAMIL ESERCITO
Se un militare può tornare a svolgere le proprie funzioni dopo aver scontato una sanzione, perché quella stessa sanzione dovrebbe impedirgli definitivamente di rappresentare i colleghi?
Non è una richiesta di impunità.
Nessuno sostiene che i militari debbano essere esentati dal rispetto delle regole disciplinari.
Il problema riguarda la durata e la proporzionalità delle conseguenze.
Una cosa è sanzionare un comportamento ritenuto contrario ai doveri militari. Un’altra è stabilire che quel comportamento impedisca, anche a distanza di anni, l’esercizio di una funzione sindacale.
La differenza è sostanziale.
LA LIBERTÀ SINDACALE DEI MILITARI NON PUÒ RESTARE SOLTANTO SULLA CARTA
La legge 46 del 2022 ha segnato un passaggio importante nella storia delle Forze Armate italiane, riconoscendo la possibilità di costituire associazioni professionali a carattere sindacale tra militari.
Un riconoscimento atteso per decenni.
Ma una libertà sindacale non si misura soltanto dalla possibilità di costituire un’associazione.
Si misura anche dalla concreta possibilità dei rappresentanti di intervenire nel dibattito pubblico, criticare le scelte dell’Amministrazione e difendere gli interessi economici e professionali degli iscritti, nel rispetto dei limiti previsti dalla legge.
La disciplina militare resta un valore fondamentale per il funzionamento delle Forze Armate.
Tuttavia, disciplina e libertà sindacale devono trovare un equilibrio.
Altrimenti il rischio è che il rappresentante sindacale, pur formalmente libero di esercitare il proprio mandato, debba valutare ogni dichiarazione pubblica anche in funzione delle possibili conseguenze sulla propria eleggibilità.
Un rischio che riguarda l’intero sistema della rappresentanza militare, non soltanto ITAMIL.
Non a caso, altre organizzazioni sindacali hanno manifestato solidarietà a Foti. Anche ASSOMIL ha espresso preoccupazione per le implicazioni della sentenza del CGA Sicilia sulla libertà di critica dei sindacalisti militari. assomil.it
IL CASO FOTI ARRIVA DAVANTI ALLE ISTITUZIONI EUROPEE
La battaglia di Girolamo Foti non si è fermata alla giustizia amministrativa italiana.
Il 1° aprile 2026 ITAMIL ha annunciato la preparazione di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con l’assistenza dello studio legale Saccucci & Partners.
Il sindacato ha inoltre comunicato iniziative presso le istituzioni europee, tra cui un’interrogazione dell’europarlamentare Giuseppe Antoci.
Parallelamente, i legali di ITAMIL hanno sollecitato la trattazione del ricorso davanti al TAR Sicilia, chiedendo di esaminare la questione di costituzionalità della normativa sulla perdita dei requisiti per ricoprire cariche sindacali. SINDACATO ITAMIL ESERCITO
È importante precisare che l’annuncio di un ricorso europeo non significa che la Corte abbia già riconosciuto una violazione.
La controversia resta aperta.
Ma il suo rilievo supera ormai il singolo procedimento disciplinare.
NON SERVONO MENO GARANZIE PER I POLITICI. SERVONO GARANZIE ADEGUATE ANCHE PER I MILITARI
Il confronto con Santanchè, Galvagno e Amata non deve trasformarsi in un processo mediatico.
Chi affronta un’indagine o un procedimento penale ha diritto alla presunzione di innocenza, alla difesa e a un giudizio imparziale.
Sono principi fondamentali che devono valere per tutti.
Ma proprio per questo occorre affrontare il problema delle garanzie riconosciute ai militari che svolgono attività sindacale.
Nel caso Santanchè, il procedimento relativo alla presunta truffa aggravata ai danni dell’INPS ha registrato un nuovo rinvio il 14 ottobre 2026, con udienza fissata al 3 febbraio 2027. L’ex ministra conserva il mandato parlamentare. Il Giorno
Nel caso Galvagno, il procedimento penale non ha comportato automaticamente la perdita della presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana. LiveSicilia.it
Nel caso Amata, l’assessora regionale al Turismo continua a ricoprire il proprio incarico mentre affronta un processo per corruzione. RaiNews
Nel caso Foti, invece, la sanzione disciplinare di Stato ha prodotto conseguenze dirette sulla carica sindacale.
Il punto non è stabilire chi meriti di conservare un incarico. Il punto è verificare se le conseguenze previste dalla legge rispettino criteri ragionevoli di proporzionalità.
IL PARLAMENTO DEVE AFFRONTARE LA QUESTIONE
La vicenda Foti pone un problema che merita un approfondimento parlamentare.
L’attuale disciplina dei requisiti per ricoprire cariche sindacali militari dovrebbe essere esaminata alla luce della durata delle sanzioni, della natura dei comportamenti contestati e del collegamento tra la violazione disciplinare e l’esercizio della rappresentanza.
Un’eventuale riforma potrebbe introdurre criteri più precisi per distinguere le sanzioni che incidono effettivamente sull’idoneità a ricoprire incarichi sindacali da quelle che non giustificano conseguenze permanenti.
Sarebbe una scelta da valutare nel rispetto delle esigenze di disciplina delle Forze Armate e delle garanzie costituzionali.
Il Parlamento ha riconosciuto ai militari il diritto di organizzarsi sindacalmente.
Adesso deve verificare se le norme che regolano tale diritto consentano ai rappresentanti di esercitarlo con garanzie adeguate.
DUE ITALIE? LA DOMANDA CHE RESTA SENZA RISPOSTA
La vicenda di Girolamo Foti racconta una contraddizione che non può essere liquidata come una semplice questione interna all’Amministrazione militare.
Un rappresentante sindacale critica le scelte politiche durante una trattativa contrattuale. Riceve una sanzione disciplinare di due mesi. Torna in servizio, ma continua a subire conseguenze sulla possibilità di esercitare la rappresentanza sindacale.
Nel frattempo, esponenti politici coinvolti in procedimenti penali per ipotesi di reato ben più gravi sul piano delle pene previste possono conservare i propri incarichi, perché l’ordinamento riconosce loro specifiche garanzie.
La diversa natura dei procedimenti impedisce paragoni automatici. Ma non impedisce di discutere la ragionevolezza delle conseguenze.
La democrazia non si rafforza togliendo garanzie a qualcuno. Si rafforza assicurando che ogni limitazione di un diritto sia necessaria, proporzionata e giustificata.
Foti ha scontato la propria sospensione.
La questione è capire se quella sanzione debba continuare a condizionare il suo futuro sindacale.
Ed è una questione che interessa ogni militare che oggi sceglie di impegnarsi nella difesa dei diritti dei propri colleghi.
Perché un militare può accettare una sanzione prevista dalla legge. Ma ha anche il diritto di chiedere che le conseguenze di quella sanzione non vadano oltre quanto è ragionevolmente necessario.
Il caso Foti merita una risposta nelle aule di giustizia e nelle sedi parlamentari.
Non soltanto per il futuro di un ex Segretario Generale.
Ma per il futuro della libertà sindacale di tutti i militari italiani.
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