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QUANDO UN CERTIFICATO MEDICO DIVENTA UN CASO GIUDIZIARIO: LA REALTÀ DEI COSIDDETTI CERTIFICATI TATTICI

CERTIFICATI MEDICI E PROCURE MILITARI: QUANDO UN’ASSOLUZIONE ARRIVA DOPO ANNI DI SACRIFICI

Negli ambienti militari viene spesso utilizzata l’espressione “certificato medico tattico” per indicare, in modo critico, quei certificati medici che secondo alcuni verrebbero utilizzati per evitare missioni, servizi o attività operative. Si tratta però di una definizione informale, che non trova alcun riconoscimento nella normativa sanitaria o militare.

Il tema torna di attualità dopo la vicenda di un militare VFI siciliano che, a seguito della presentazione di una certificazione medica rilasciata dal proprio medico curante, si è trovato coinvolto in un procedimento davanti alla Procura Militare.

Secondo quanto ricostruito, il militare aveva regolarmente trasmesso il certificato di malattia. Il Comando aveva successivamente disposto una visita fiscale. Il medico incaricato del controllo aveva trovato il militare presso il domicilio dichiarato e aveva confermato la temporanea inidoneità al servizio, riconoscendo quindi la validità dello stato di malattia.

Nonostante ciò, al rientro in servizio il militare sarebbe stato segnalato alla Procura Militare.

Da quel momento è iniziato un lungo percorso giudiziario. Per sostenere la propria difesa il militare avrebbe dovuto affrontare spese legali per circa 10.000 euro, ricorrendo persino a un finanziamento personale pur di poter dimostrare la correttezza del proprio operato.

Al termine del procedimento, il militare è stato assolto.

L’assoluzione, tuttavia, non ha cancellato le conseguenze vissute durante gli anni del processo. Secondo quanto riferito, la pendenza del procedimento avrebbe impedito la partecipazione o il positivo avanzamento in diversi concorsi destinati all’accesso in altre Forze dell’Ordine, generando importanti ripercussioni professionali, economiche e familiari.

La vicenda apre una riflessione più ampia.

Da un lato, è giusto che un comandante segnali situazioni che ritiene anomale o meritevoli di approfondimento. La tutela dell’efficienza dello strumento militare e la corretta gestione del personale rappresentano responsabilità precise della funzione di comando.

Dall’altro lato, occorre interrogarsi sugli effetti che una segnalazione può produrre quando il procedimento si conclude con un’assoluzione piena. Anni di attesa, spese legali significative, occasioni professionali perse e tensioni familiari rappresentano conseguenze che nessuna sentenza può cancellare completamente.

La questione riguarda anche il rapporto di fiducia tra comandanti e personale dipendente. Da sempre, nelle Forze Armate, si parla di spirito di corpo, coesione e appartenenza. Molti comandanti amano ricordare che “siamo una grande famiglia”.

Ma cosa percepisce un militare che, pur avendo presentato un certificato medico regolare e pur avendo ricevuto una conferma da parte del medico fiscale incaricato dall’Amministrazione, si ritrova comunque coinvolto in un procedimento giudiziario conclusosi poi con l’assoluzione?

La risposta non può essere affidata agli slogan.

Forse il vero interrogativo riguarda l’equilibrio tra il dovere di controllo e la tutela delle persone. Perché dietro ogni fascicolo non c’è soltanto un numero di protocollo, ma una carriera, una famiglia e una vita che possono essere profondamente segnate dall’esito di decisioni che, anche quando adottate in buona fede, producono conseguenze molto concrete.

La sfida per il futuro potrebbe essere proprio questa: garantire il necessario controllo senza trasformare il sospetto in una condanna anticipata e senza dimenticare che la presunzione di innocenza deve valere per tutti, anche per chi indossa un’uniforme.

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